Dove tutto è cominciato: il demone della bici

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare”
Giorgio Caproni

Prologo 

Questa storia l’ho raccontata a voce diverse volte, per cui mi scuserà chi l’ha già sentita e già la conosce, ma mai l’avevo messa per iscritto. Riordinando i miei taccuini, in questi giorni, ne ho recuperato la traccia che avevo abbozzato un paio di anni fa. E’ venuto il momento di pubblicarla e farla conoscere.
Migliaia di km pedalati, praticamente, vent’anni in bici.
Ho raccontato di randonnee, delle strade del mio appennino, delle dolomiti, del grande fiume, dei ricordi suscitati da tutto ciò.
Ma dove e come tutto è cominciato? Quando il demone della bici ha cominciato ad insinuarsi?
Perché son salita su di una bici e ancora non sono scesa?

Maggio 1975

Correva l’anno 1975. Il Giro d’Italia passò vicino a casa mia. Rimasi folgorata dai corridori: velocissimi e coloratissimi! Avevo dieci anni e, subito, si insinuò il pensiero e la voglia di salire in sella. Quando sarò grande, mi dicevo, avrò una bici così anche io!
Passarono circa ventisei prima che mi decidessi ad acquistare una bici da corsa.

Primavera del 2001 (circa…)

La ricordo bene quella prima bici, giallo fiammante, in alluminio e con la tripla moltiplica.
Quando la scelsi mi sentii dire che, con quella, avrei potuto scalare i muri.
Arrivata a casa la provai immediatamente, giusto per fare un po’ di pratica con lo sgancio dei pedali e, immancabilmente, mi ritrovai a terra…che botta, per fortuna senza gravi conseguenze, solo un livido sulla coscia destra.
Recuperai un casco, una maglietta e un paio di pantaloncini. Preparai tutto per il giorno successivo.
Adesso che avevo la bici mica potevo limitarmi a guardarla; eh no, volevo portarla subito a fare un giro.

La domenica mi misi in strada presto, praticamente fu la bici a scegliere la strada e, da vera sconsiderata, mi condusse immediatamente in salita.
Dai, che vuoi che sia?!? Così impari come funziona. In effetti capii immediatamente il funzionamento del cambio. Ma la cosa che maggiormente mi colpì, ed è ciò che è rimasto in me in tutti questi anni, fu il paesaggio, la scoperta del paesaggio come mai l’avevo osservato prima.
Mi si aprì un mondo davanti, abituata a spostarmi in automobile lanciavo solo fugaci occhiate all’intorno. Con occhi diversi guardavo il fiume, le montagne, e le vedevo per quelle che erano.
Nonostante l’immane fatica nello spingere i pedali, più salivo e più mi sentivo meglio. 

Arrivai a Prignano sulla Secchia (Mo), a circa 23 km da casa. Mi sentii soddisfatta, quasi mi pareva di avere scalato lo Stelvio! Mentre ripercorrevo a ritroso la strada per rientrare, pensai ad un obiettivo da raggiungere nei mesi successivi. Sì, poteva essere Serramazzoni (Mo), meta di tanti ciclisti la domenica mattina. Non so perché ma mi convinsi che fosse il traguardo massimo cui potere aspirare. In fondo quando hai pedalato per 60/70 km è già sufficiente, il tempo per pedalare è poco, oltre sarà difficile potere andare.
In effetti a Serramazzoni ci arrivai. Però quei 60/70 km sentivo che mi stavano stretti e che, poi, avrei potuto arrivare a 100 km.

Le granfondo

Insomma, pensa, pedala, comincia a frequentare la “Iaccobike”, conosci altri ciclisti…accadde l’inevitabile, mi convinsi a partecipare ad una granfondo…era finita, avevo imboccato un tunnel di cui non si vedeva l’uscita!!

La cosa veramente ridicola è che io non ho mai avuto uno spirito ed una mentalità agonistica. Ma, tant’é, perché non mettersi alla prova? Perché non sperimentare e spostare in avanti il mio limite? La velocità non è mai stata nelle mie gambe però una discreta resistenza la possiedo, anche se arrivo ultima o fuori tempo poco importa, avrò visto nuove località e conosciuto nuove strade.
Erano gli anni 2003 e 2004, partecipai a qualche granfondo nella mia regione. Diciamo che questi due anni mi servirono per far pratica. 

Infatti dal 2005 al 2009 partecipai e conquistai per cinque volte il “Prestigio”, gareggiando quasi sempre sui percorsi lunghi: 10 Colli Bolognesi, Nove Colli, Maratona delle Dolomiti, Gimondi, Oetztaler…insomma qualche salita di “peso” la conquistai…

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Ogni volta che portavo a termine una granfondo mi dicevo che quella sarebbe stata l’ultima, era troppo il patema d’animo, l’agitazione dei giorni precedenti, la notte quasi insonne…eppure non riuscivo a rinunciare a quella scarica di adrenalina che sentivo già dall’ingresso in griglia. Cosa assai strana perchè ben sapevo che il posto che mi competeva era tra gli ultimi classificati.
Non so a quante granfondo ho partecipato in quegli anni, tante. Una cosa so per certa, che fu proprio una di quelle granfondo il punto di svolta verso le randonnee: la Oetztaler Radmarathon.

Correva l’anno 2010, il mio interesse verso le granfondo andava scemando, avevo bisogno di qualcosa di nuovo da sperimentare. E fu proprio quell’ultima partecipazione alla Oetztaler, 238 km per 5500 d+, a convincermi che la bici come la intendevo io era pedalare per un tempo indefinito e per arrivare il più lontano possibile. Il tarlo, il demone del “né forte né piano ma sempre lontano” iniziava, piano piano, ad insinuarsi nella mia testa.

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Il limbo…e il demone delle lunghe distanze

Tra il 2011 ed il 2014 partecipai unicamente alla Nove Colli, che vivevo non come una gara ma come una grande festa, per il resto mi dedicavo a lunghissime pedalate in appennino.Tre anni in un limbo, a cercare una nuova strada, un nuovo modo di andare in bici. Quei tre anni mi portarono alla scoperta delle mie montagne, di strade semi deserte dove pedalare era un piacere. Però mancava qualcosa, ogni volta che rientravo sentivo il cuore battere forte, una voce, una sorta di demone che sussurrava che c’era qualcosa di più grande.  Cominciavano ad arrivare alle mie orecchie gli echi di imprese, per me, al limite dell’umano: i 600 km del Randogiro dell’Emilia, la 1001 Miglia, la Parigi Brest Parigi…impossibile che io possa arrivare sino a lì! Eppure era lì che mi voleva spingere quel demone che si agitava dentro di me.

Le prove generali…in punta di piedi nel mondo delle randonnee

Così, stanca di sentire questa voce insistente, nel 2014, mi risolsi a partecipare alla mia prima randonnee: la Randopadana, Reggio Emilia – Peschiera del Garda – Reggio Emilia, 200 km. Però, visto che partivo da casa in bici, divenne quasi un 300 km (275 km per la precisione). Sempre quell’anno partecipai alla Ravorando di Bologna che prevedeva anche un percorso di soli 200 km.
Come dire, il 2014 fu l’anno delle prove generali, di avvicinamento in punta piedi al mondo randagio e ai suoi protagonisti. Due randonnee da 200 km e la scoperta di un modo di pedalare assai diverso da quello delle granfondo. 

 

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Le randonnee 

Intanto il demone continuava a lavorare…mi incalzava ad andare oltre…se non attraversi la notte che “randagia” sei?!? Già, bisognerebbe avventurarsi in una randonnee da 400 km…
Senza che me ne accorgessi il demone mi aveva portato là, in mezzo ai “randagi”. 
Era l’aprile del 2015, una pedalata sulle strade delle montagne reggiane che si concludeva, più o meno, così: “senti, ma perché non vieni con noi, il 25 aprile, al 400 di Gambettola? Alla Rando de Bosc?”. Non so perché, ma mi uscì una risposta interlocutoria: “ma, non saprei, ci penso un attimo, poi, vi dico entro il fine settimana”…in realtà il demone sapeva benissimo che avrei accettato. In effetti il sabato confermai la mia partecipazione, però, mancavo di molti indispensabili “accessori”, tipo le luci e la borsa anteriore…”e che problema c’è? Ti prestiamo tutto noi!”…che, poi, al Facebike Team, che diventerà la mia squadra, son fatti così! Cioè, son fatti proprio bene i miei Amici!

Inutile dire che i giorni antecedenti la rando mi posi mille domande: ma di notte riuscirò a vedere bene? (che domanda inutile, son miope e ci vedo male anche di giorno…), e se, poi, mi perdo? (sì, perché le cronache son piene di casi di randagi dispersi nel nulla!), ma se finisco le scorte di cibo? (neanche ci avventurassimo in una terra dove bar, botteghe e ristoranti non esistono!), ma 400 km riuscirò a pedalarli? (vai lì apposta per provarci…). 
Alla fine sciolsi i miei dubbi dicendomi che la cosa importante era provarci, indipendentemente dal risultato. Nella mia testa, anche se il demone non era molto d’accordo, mi convinsi che quello, se l’avessi raggiunto, sarebbe stato il mio obiettivo massimo, poi sarei tornata ai miei giri in Appennino. 

Il 25 aprile, alle h. 18,00, prese il via la “Rando de Bosc” e, come spesso mi accade, i dubbi e le domande dei giorni precedenti si azzerarono. Pensai solo a pedalare, nemmeno l’imbrunire e, poi, il buio della notte mi fecero più paura. Al contrario, rimasi affascinata nell’osservare come i luoghi cambiano e come suscitano emozioni diverse da ché li vediamo di giorno: la sola visione delle mura illuminate di Città di Castello valeva tutti i 400 km. Così come essere sorpresa dall’alba per la prima volta in bici! E quella fu la prima di tante volte (quando posso, mi impongo delle levatacce ad ore antelucane per potervi assistere!). Gli ultimi 100 km confesso che furono piuttosto faticosi, da Sarsina a Gambettola ogni cinque minuti guardavo il ciclocomputer, pareva che la strada si allungasse…dentro di me mi ripetevo che dovevo resistere e stringere i denti, potevo conseguire l’obiettivo, in fondo mica ne avrei fatte altre…(sì, credici…).

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Arrivati a Gambettola provai una gioia indescrivibile che tenni quasi tutta per me…si sa che noi persone riservate siamo piuttosto restie ad esternare le nostre emozioni (ma quanto siamo sciocchini…mah). Di lì a poco sarebbe stato il mio cinquantesimo compleanno: che bel regalo che mi ero fatta!

Rientrata a casa, completamente dimentica del mio proposito, ovvero che non avrei partecipato ad altre randonnee, cercai immediatamente la data del Randogiro dell’Emilia, 600 km. E, nei giorni successivi, mi informai se c’era qualcuno che avrebbe partecipato, perché non mi sarebbe dispiaciuto misurarmi anche su quella distanza…certo che il demone aveva lavorato bene.
E, così, nel mese di giugno 2015 ero alla partenza del Randogiro dell’Emilia con il “Mito” Eros 

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Non potevo avere un sostegno migliore, soprattutto quando, ai 400 km, ero lì lì per mollare tutto. Per fortuna ascoltai il suo consiglio di mangiare a dovere e riposare un poco. Dopo un paio d’ore ero pronta ad affrontare gli ultimi 200 km, tra una pedalata e l’altra, qualche sosta e un po’ (tanti) accidenti riuscivo a portare a termine anche il mio primo 600 km.

Intanto, nel mese di agosto, si sarebbe tenuta la Parigi Brest Parigi, troppo presto per me parteciparvi. Il mio demone, però, sottotraccia lavorava ancora. E, così, senza che vi prestassi troppa attenzione, anzi senza che proprio me ne accorgessi, la PBP divenne il mio obiettivo di lungo periodo (l’edizione successiva si sarebbe tenuta nel 2019). Perché io, a volte, son così. Se l’obiettivo me pongo consapevolmente può accadere che non lo raggiunga. Al contrario, se faccio finta di niente, non gli do importanza, è la volta buona che lo raggiungo…quando si è fatti alla rovescia, va così!

Beh il resto della storia lo conoscete, è raccontato tutto nel blog: ho partecipato alla 1001 Miglia nel 2016, alla Sicilia No Stop nel 2018 e, quest’anno, alla Parigi Brest Parigi
Sempre tutto per scherzo!

E adesso?!? Chi lo sa…le idee sono tante ma un programma preciso, per il 2020, non c’è ancora. Magari qualche randonnee a cui non ho mai partecipato, qualche “randagiata” autogestita e, poi, sarei tentata da un piccolo viaggio (due o tre giorni) a pedali o a piedi, sarebbe una nuova esperienza…chiedo al demone cosa ne pensa!

Un augurio di Buone Feste a tutti Voi che mi seguite e leggete, continuate a pedalare, a camminare, a correre o comunque a tenervi in movimento come più vi aggrada.

Continuerò a scrivere anche nel 2020, con la promessa di farlo più spesso.

Le fotografie pubblicate in questo post sono state scattate da Sonia, Luigi e Paolo ai quali le ho impunemente “rubate”…spero mi perdonino…

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13 Replies to “Dove tutto è cominciato: il demone della bici”

  1. Complimenti per il racconto che ti coinvolge nella lettura. Bellissime descrizioni e si percepiscono le tue emozioni per i successi faticosamente raggiunti. Alla prossima.

  2. Ciao Cinzia,
    dalle foto vedo molti dietro di te in salita; tanto scarsa non eri.
    Un piacere leggerti.
    e se leggono saluti ad Eros, Sonia e al capitano Leo

  3. Ciao Cinzia
    Ti ho scoperto in primavera quando il tuo blog mi ha accorciato il ricovero in ospedale. Da allora ti seguo anche perché scrivi molto bene, ma sopratutto perché hai compiuto delle imprese favolose, complimenti. Hai scelto giusto nella bici, esegue molto ma restituisce ancora di più.
    Anche a te e tutto il gruppo di follower Buone Feste e un felice Anno nuovo.
    Saluti dalla Svizzera
    Andrea

    PS: Se tutto va bene in Giunio passo da le tue parti. Farò Winterthur San Marcello PT tornando alle mie radici in bici.

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