Piede a terra

In primo piano

E’ domenica mattina, una di quelle che solo la pianura padana sa regalarti. Fa freddo, un freddo umido, che attraversa i vestiti e penetra nelle ossa, l’aria assume una colorazione grigiastra, sulle strade i residui di una neve sporca caduta nei giorni precedenti e, a tratti, ghiacciata. Niente invoglia ad inforcare la bici e a pedalare, eppure ti convinci che, forse, tra un paio d’ore, il tempo volgerà al bello, la temperatura salirà di qualche grado e un giretto in mtb si potrebbe fare. Prepari tutto l’occorrente: casco, scarpe, calzamaglia, giacca termica, anti vento pesante, guanti, scalda collo ecc., sempre con un occhio vigile rivolto alla finestra nella speranza di scorgere un raggio di sole…nulla, sempre e solo grigio e la temperatura è ferma a 1°. Mancano pochi minuti alle 10,00, che si fa?!? Dai, provaci, al massimo rientri a casa se il freddo dovesse risultare insopportabile.

Al “solito bar” ci ritroviamo in tre, più o meno un’idea di quale itinerario intraprendere ce l’abbiamo, un misto tra asfalto e sterrato. L’incognita è data, proprio, dai tratti fuori strada, occorre capire se siano percorribili o meno.
Intanto partiamo, superata Veggia di Casalgrande (RE) in direzione Castellarano, svoltiamo a destra su Via Covetta, ed è subito salita “sgarbata” così che la gambe capiscano cosa le aspetterà nelle prossime due/tre ore! Superati i primi 2 km la strada si addolcisce, e arriviamo su un pianoro circondato da campi completamente innevati.

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Ci aspetta un tratto sterrato, ne percorro poche decine di metri e mi rendo conto che non è alla mia portata, lo strato di ghiaccio sottostante la neve rende la pedalata estremamente instabile, la paura aumenta il rischio di caduta. Ma non ci perdiamo d’animo, l’alternativa c’è sempre per superare l’ostacolo. Dividiamo momentaneamente le nostre strade, così il biker più esperto prosegue per il tratto sterrato, ed io e Titti, procediamo sull’asfalto, per ritrovarci pochi km dopo sulle colline di San Valentino (RE).
Dopo un tratto di vallonato imbocchiamo una strada che procede a strappi “velenosi”, seguendo il profilo delle colline, pendenze al 18% seguite da brevi tratti pianeggianti, asfalto ruvido, in parte crepato, segmenti ghiaiati, insidiose lastre ghiacciate…procedo a velocità equilibrio…la voce di Titti che, a ogni colpo di pedale esclama:”resisti, è finita”…l’avrà ripetuto mille volte!! 

Ora le pendenze si fanno più morbide, la strada digrada sino a divenire pianeggiante, scompare l’asfalto per far posto alla ghiaia. Mi fermo e appoggio il piede a terra per riprendere fiato. Al momento di ripartire il piede non si aggancia al pedale, la tacchetta è sporca, fango e sassolini, li rimuovo ma il problema rimane. Procedo per qualche decina di metri a piedi, spingendo la bici. Un’occhiata al pedale, il problema è lì: un sassolino incastrato impedisce l’aggancio. Lo rimuoviamo e si riparte. Attraversiamo il piccolo borgo di Chiesa San Romano,

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sfioriamo Visignolo e, poi, in picchiata scendiamo a Viano. Una breve sosta al bar e rientriamo al calduccio delle nostre case.

Piede a terra

Nel pomeriggio, mentre mi accingo a riordinare le fotografie scattate in mattinata, una in particolare mi colpisce, questa

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L’ha scattata Titti, è una immagine a doppia lettura, negativa e positiva: io che spingo la bici perché non riesco più a proseguire pedalando, perché la strada è troppo impervia; decido di lasciare perdere e mollare tutto; oppure, semplicemente, scendo per prendere fiato, faccio due passi, mi guardo intorno e mi godo la giornata.
La seconda lettura è decisamente quella giusta, quella che più mi si addice, ma anche avessi poggiato il piede a terra per la difficoltà della strada mica mi sarei persa d’animo ne avrei approfittato, appunto, per fare due passi, riposarmi per, poi, ripartire.

Ma questa immagine è, per certi aspetti, pure evocativa:  una via di cui non si vede la fine, un orizzonte indefinito, alberi in lontananza…ci sarà un bosco da attraversare?!? Che ostacoli incontreremo? Magari, superati quegli alberi, si aprirà un’ampia via, facile da percorrere; e se, al contrario, fosse impervia e presentasse pendenze impossibili?
Raramente mi è capitato di tornare sui miei passi, di non proseguire un giro in bici, una randonnee o una granfondo; ed è capitato solo dove le condizioni potevano davvero diventare pericolose.

Il più delle volte ho proseguito cercando il modo di superare gli ostacoli, spostando l’orizzonte delle possibilità un poco più avanti…e, in questo, la bici si dimostra sempre più una metafora, un modo di leggere e interpretare la vita di tutti i giorni. Già, perché se ti si presenta un ostacolo, una difficoltà sul luogo di lavoro mica abbandoni tutto e te ne torni a casa! Cerchi una strada diversa, un procedimento nuovo, ma prosegui…così in bici, se la via è impervia, impossibile da superare pedalando, o aggiri l’ostacolo cercando una strada alternativa e, se questa non esiste, scendi e spingi la bici o te la carichi in spalla. Gli obiettivi si raggiungono anche così, provandoci, facendo ricorso a mezzi alternativi e, soprattutto, perseguendoli per sé stessi e non per dovere dimostrare qualcosa a qualcun altro.

Quando ho capito questo, quando ho capito che ogni meta, ogni obiettivo raggiunto in bici era solo ed unicamente per me, ecco proprio allora ho cominciato davvero a divertirmi…e sì, posso scendere tranquillamente dalla bici e proseguire a piedi se non riesco a spingere sui pedali!

A questo link il giro in mtb sulle colline reggiane

 Written, edited and posted by Cinzia Vecchi “Cinziainbici”